«Dio ha scelto la famiglia per rendere domestico il mondo». Con queste parole, tratte dall’esortazione apostolica Amoris Laetita di papa Francesco, si è aperta la XXVI Settimana Nazionale di studi sulla spiritualità familiare, organizzato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della CEI. L’evento, da qualche anno itinerante tra le diverse regioni, si è tenuto a Verona, dal 30 aprile al 3 maggio 2026, e ha visto la partecipazione di oltre cinquecento persone, tra responsabili degli uffici diocesani per la famiglia di tutta Italia, sposi, presbiteri, consacrati e seminaristi. In continuità con il lavoro delle edizioni precedenti, il convegno ha voluto concentrarsi su alcuni ambiti particolarmente delicati, come l’educazione dei giovani all’amore, la spiritualità familiare e la formazione degli operatori pastorali. Il fondamento biblico alla base della riflessione, la sinodalità come metodo e l’ascolto senza pregiudizi della realtà caratterizzano il delicato ma appassionante lavoro che la Chiesa ha intrapreso con le famiglie per camminare, assieme a loro, in questo tempo.
Il tema della XXVI edizione, “Addomesticare il mondo: quando la famiglia è luogo di educazione degli affetti e scuola di relazioni”, si ispira da una parte alle parole di Francesco che richiamavamo poco sopra, ma rievocano certamente anche il celebre dialogo tra la Volpe e il Piccolo Principe, nella Fiaba di de Saint-Exupéry. I lavori si sono aperti con i saluti del Direttore dell’Ufficio per la pastorale della famiglia, fra Marco Vianelli, dei suoi collaboratori e dei vescovi presenti, tra cui mons. Pavanello, in qualità di delegato della Conferenza Episcopale del Triveneto per la Pastorale Familiare.
L’idea che muove tutta la riflessione è stata esposta con efficacia dall’intervento d’apertura del cardinale Zuppi: addomesticare significa far diventare la Chiesa una famiglia, perché la Chiesa possa aiutare le famiglie ad essere casa. Se è vero che abitiamo in un tempo di desertificazione spirituale che coinvolge anche la famiglia (un terzo di nuclei familiari è composto da una sola persona), come cristiani non dobbiamo scandalizzarci del deserto, bensì interessarci della sete che esso esprime. È un deserto di vite dis-solute, cioè sciolte da ogni legame stabile. L’alternativa – addomesticarsi, creare dei legami – è piena di gusto e di bellezza, che rendono la famiglia attraente come luogo di scambio di generi e generazioni.
Ma se il mondo si presenta come “inselvatichito”, e la famiglia vuole restituirgli la sua umanità, occorre chiedersi che cosa sia umano oggi. Per far luce su questo sono intervenuti il prof. Maurizio Girolami, preside della Facoltà Teologica del Triveneto, e la prof.ssa Marzia Ceschia, docente di Teologia Spirituale presso il medesimo Ateneo. Si sono concentrati sulla postura di Gesù nel “selvaggio” del mondo, sulla rete di relazioni che ha intessuto con le persone del suo tempo e sulla sua corporeità, per riscoprire e imparare le posture affettive di Gesù, che rivelano la modalità autenticamente umana di vivere.
Ad ogni intervento è seguito un tempo di confronto attorno ai tavoli di lavoro, composti da una decina di persone ciascuno, modalità preziosa perché ogni partecipante potesse dare il proprio contributo; una sintesi di ciò che emergeva da ogni tavolo era poi inviata ai relatori, che avevano così modo di reagire e approfondire la discussione.
Attorno a questi tavoli, un intero pomeriggio è stato dedicato ad un’esperienza di ascolto reciproco con una realtà giovanile di Modena: i ragazzi hanno esposto una loro indagine, condotta su un campione di 350 coetanei appartenenti a fedi e culture diverse, attorno ai temi della settimana: famiglia, affetti, corporeità, comunità.
Nella giornata di sabato l’orizzonte della discussione si è ulteriormente allargato, grazie ai contributi del prof. Massimiliano Padula, docente di Comunicazione Sociale all’Università Lateranense, e di don Andrea Ciucci, membro della Pontificia Accademia per la Vita. Al centro del dibattito il tema di come le relazioni affettive stanno mutando in rapporto al virtuale e all’Intelligenza Artificiale. Il digitale non è solo uno strumento, ma un vero e proprio ambiente – spiega don Andrea – come lo è l’acqua per l’acquario; pertanto, il nostro compito non è sostituire l’acqua con dell’altro, bensì purificarla da ciò che la può rendere insalubre. Tra le diverse sfide poste dal digitale, si è parlato ad esempio di disintermediazione, ossia l’accesso diretto ad una quantità infinita di informazioni, che sta subendo una trasposizione anche sul piano affettivo – come la tendenza a fare dell’IA il primo consigliere in ogni ambito della vita, anche privata. Un altro tema urgente è quello della pornografia e della “sessualità senza corpo”, che tocca non solo le vite degli adolescenti ma anche dei giovani e degli adulti. In tutto questo lo stile da adottare in famiglia è bene che non sia di controllo, ma di fiducia e corresponsabilità, perché il controllo non è educativo.
Questa missione non è delegabile esclusivamente alla famiglia, sebbene ne sia il primo attore. Si è parlato allora, in senso più ampio, di comunità educanti, seguendo gli spunti proposti dal prof. Giuseppe Dardes, fondatore della Cooperativa sociale L’aratro e la stella di Roma. Nel nostro tessuto sociale è rilevante questa provocazione: le nostre comunità (parrocchiali, cittadine o paesane ecc…) sono ambienti di relazione, di prossimità e di cura? Sono molteplici le strade di riflessione aperte dal convegno, che si pone come tappa di un cammino sinodale in cui la famiglia, nucleo fondamentale della vita e della società, è chiamata a rendere il mondo “domestico”, cioè “di casa”, affinché tutti giungiamo a sentire ogni essere umano come un fratello (AL 183).
Matteo G.

